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Ricordo di un amico

- “How many roads must a man walk down before you call him a man?” (Bob Dylan) -
- Quante strade deve percorrere un uomo prima che lo si possa chiamare uomo? -

La prima strada da percorrere, per Domenico, era sicuramente ...

Domenico Cicenia

... quella che da Largo Avellino al Duomo portava a Mezzocannone, alla facoltà di Matematica e Fisica e alla laurea. Per le altre c’era tempo, una vita davanti, tra di esse c’era anche la strada della militanza politica, per cambiare il mondo, gli uomini e le donne del mondo. E la musica!

La chitarra era sempre pronta nella stanza affacciata sulla piazzetta di Vico Giganti. La domenica, la stessa stanza diventava palcoscenico. Divorati gli spaghetti con le cozze e i cefali all’acqua pazza innaffiati dal buon vino del Grottino, piatti ben sperimentati, da proporre anche alle future feste dell’Unità, quando le famiglie del circondario erano ormai sedute a tavola per l’interminabile pranzo festivo napoletano, cominciava il concerto. Dal balcone della stanza, dopo “bella ciao”, inno ufficiale d’apertura, le canzoni di Dalla, di Venditti, i suoni della chitarra fluivano nella piazzetta sottostante e amplificati dall’imbuto del vicolo arrivavano fino a Piazza San Gaetano, al cuore della Napoli antica. “Rimmel” e “la donna cannone” di De Gregori echeggiavano nei vicoli e nei bassi, nelle camere da pranzo e sulle tavole apparecchiate del quartiere, avendo la meglio su “core ngrato” e “maruzzella”.

Il Buffalo Bill della canzone era proprio lui, Domenico, capelli e barba lunga, le equazioni matematiche messe da parte per un po’; le strade del futuro? La risposta nel vento che, nella sera ormai incombente, rimescolava le cartacce e le foglie accantonate dal fruttivendolo fuori la bottega: “is blowin’ in the wind”. Con Bob Dylan si chiudeva il concerto.

Ma per tutto il mese di maggio e buona parte di giugno 1978, Dylan la fece da padrone e non solo nel canzoniere domenicale. I teoremi, le equazioni cedettero un po’ più del loro tempo alla chitarra.

- Domenico! Viene Dylan in Europa, terrà per la prima volta un concerto ufficiale, il primo luglio, nello stadio di Norimberga dove Hitler radunava i suoi accoliti cui prospettava lo sterminio degli ebrei. Dylan, ebreo, l’ha scelto di proposito, per rivalsa e per memoria. Che dici, ci andiamo?.-

Non se lo era fatto ripetere due volte e per due mesi aveva ripassato alla chitarra il repertorio del menestrello americano. Le corde dello strumento fremevano nell’attesa della partenza, Domenico non distingueva più le note dai simboli matematici.

Finalmente, agli inizi dell’ultima settimana di giugno: partenza!

Zaino e chitarra lui, zaino e armonica io entrammo nella camera di Vincenzo Scalzullo per salutarlo. Lo rivedo ancora adesso, steso nel letto, tanto lungo da rimanere con i piedi fuori dalle lenzuola, e lo risento dire sorridente e sornione: “guagliù, a ddù iate senza 'mbrell?”. “Ragazzi, dove andate senza ombrello?”.

Dove andavamo? All’imbocco dell’autostrada, a Capodichino.

Lungo via Foria ci colse un improvviso scroscio d’acqua. Data la giornata serena e tersa, pensammo che fosse piovuta da un balcone. No! Era il viatico beneaugurante di Vincenzo, forse. O l’occhio benevolo di Giove Pluvio che benediceva il viaggio in autostop. Tassativamente in autostop, sia all’andata che al ritorno, con qualche eccezione. Si poteva mai andare in treno al concerto? Da escludere. Naturalmente a chiedere i passaggi provvedeva Domenico. All’inizio chiedeva a bassa voce, remissivo, ma poi, se era necessario alzava ... insomma imponeva al malcapitato di turno di caricarci a bordo. Il primo a obbedire fu un camionista che andava a Bologna. Domenico si ritirò nei suoi pensieri e nelle sue equazioni. Cominciò la mia opera di ascolto e di conversazione con l’autista. Divisione dei compiti reciproci valida per tutto il viaggio.

A sera, dopo altri trasbordi, arrivammo all’area di servizio Garda Est, vicino Trento. Vi dimorammo “profumatamente” nei cessi per la notte, non senza che la chitarra, perché non si sentisse trascurata, venisse sollecitata dal concertatore.

La sentì un giovane viaggiatore in A112, fermo anche lui per il riposo notturno. Miracolo della chitarra, all’alba ci caricò in macchina già di per sé stracolma. A mezzogiorno eravamo a Monaco di Baviera. Alle ore tredici in punto, accompagnati in maggiolino da un tedesco al quale avevo chiesto informazioni, eravamo nella mitica MAN, accolti alla grande dal “consiglio di Fabbrica”: Vincenzo “la volpe”, Rafiluccio, Raffaele Schettino e altri di cui non ricordo più la presenza. La sera, nei locali della mensa della palazzina dormitorio, grande cena. Le tagliatelle al limone facevano schifo, ma furono apprezzate lo stesso e la mia fame, sì, la mia fame di cuoco aumentò. Il giorno dopo a Marienplatz …

Domenico era partito con l’idea di suonare per strada nella piazza e io avrei dovuto accompagnarlo con l’armonica. Ma nella piazza con umile saggezza prendemmo dalle nostre tasche degli spiccioli e li deponemmo rispettosi nel fodero del violino di un ragazzo che suonava divinamente Mozart. E’ vero che fuori la mensa universitaria, suonando alla grande le canzoni di De Gregori, Domenico si rifece, si prese tanti applausi, ma di spiccioli manco l’ombra. A seguire, Andrea Perriello, che abitava con la famiglia a Dacau, ci accompagnò a visitare il campo di sterminio. "Sti tedeschi! - Pensammo - ma quale campo di sterminio?" Lo spazio in cui qualche decennio prima c’erano le baracche degli internati era diventato tutto un giardino fiorito in fondo al quale un muro istoriato fungeva da monumento alla memoria. Nel museo sottostante però, alla vista dei filmati d’epoca e dei forni crematori ...

Avevo visitato il campo di Auschwitz, in Polonia, qualche anno prima. Era intatto, in una landa desolata, lontano dal vivere quotidiano, terrificante e al tempo stesso irreale, lontano nella sua assurdità. Ma Dacau, contornato dalle palazzine linde e pinte della cittadina, era vicino, era dentro la vita di ogni giorno, era dentro l’anima di Domenico che impallidiva, impallidiva sempre più, allontanandosi con il cuore e con la mente dalle certezze razionali della matematica. Al ritorno in MAN cantò e suonò per tutti noi “Auschwitz” di Guccini e non volle più continuare con il solito repertorio.

Il primo di luglio, gioco forza, arrivammo a Norimberga in treno. Lo stadio conservava ancora elementi architettonici hitleriani. Seduti disciplinatamente sui gradini, i giovani tedeschi guardavano attoniti la marea di americani, provenienti dalle basi militari stanziate in Germania Ovest, stravaccati sul prato che bevevano di tutto, non solo coca cola, e fumavano come ciminiere. Domenico si accese una misera sigaretta e guardando una ragazzotta americana che fumava chi sa che e ingurgitava whisky, senza moralismo disse: - mi viene voglia di un buon bicchiere di vino -.

Il concerto lo ascoltammo gironzolando tra la gente, Domenico appariva distratto, certamente non partecipe pienamente. Dylan, lassù, sul palco, lontano, non gli apparteneva. Era solo un pretesto, era stato solo un pretesto per la “on the road”, un’altra delle strade della vita da percorrere, per crescere, per conoscere, per fiutare i rimasugli drammatici di un’Europa passata, nell’attesa di quella futura, sperabilmente in pace con se stessa.

Al ritorno, nel treno per Monaco, mentre Domenico pizzicava la chitarra, due ragazzine tedesche si aggregarono alla nostra compagnia. Un po’ per la musica un po’ per il bisogno di sicurezza si affidarono alla banda chiassosa di italiani in gita che eravamo.

A notte fonda, alla stazione centrale, i genitori di entrambe le vennero a prelevare, ci ringraziarono cordialmente per aver fatto compagnia alle figlie e, udite udite, il papà e la mamma di una delle due, di Patrizia, ci invitarono a cena per il giorno dopo.

Il fatto è che durante il viaggio, con Patrizia, che parlava correntemente l’italiano, avevo conversato a lungo e le avevo detto chi eravamo, quale era il mio lavoro e quale l’impegno universitario di Domenico e lei, nel presentarci lo aveva riferito ai suoi genitori. Vivevano in una bella casa del quartiere di Schwabing, il papà professore di matematica; la mamma, anche lei insegnante e traduttrice dal francese; lei, la ragazzina, Patrizia, parlava correntemente anche l’inglese e lo spagnolo e studiava il violino.

Trascorremmo la notte mangiando, bevendo vini del Reno e conversando nelle lingue europee che più venivano facili a esprimere i concetti del momento. Domenico suonava e cantava, e conversava come mai l’avevo visto fare prima, lui piuttosto taciturno per natura. Lo snaps alla prugna lo bevemmo che albeggiava. Il signor Wilson, per l’alcool ingerito, si scusò di non poterci accompagnare personalmente, chiamò un taxi, pagò la corsa. Ci salutammo come amici di vecchia data, non senza la promessa di rivederci.

Domenico, in taxi, dopo aver taciuto per un po’, accarezzando la chitarra disse: - Ferna’! ma allora l’Europa non è una astrazione, se la si può trovare on the road -.

Nel viaggio di ritorno in Italia ritrovammo l’altra Europa, la nostra, quella del sud. Ce ne diede conferma Ciro, il napoletano viaggiatore transnazionale contrabbandiere di libretti di circolazione di automobili. Ma questa è un’altra storia. Ve la racconterò in un’altra occasione, anzi, ve la racconteremo io e Domenico , anche se lui si è fermato lungo la vita, la sua chitarra non accompagna più i suoi sogni, i suoi affetti, le sue passioni, e il vento … il vento per lui non soffia più risposte.

(continua)

Settembre 2017

Fernando G. Basile